L’ASSEDIO
DI PECCIOLI E LA NASCITA DELLA COMPAGNIA DEL CAPPELLETTO PRIMA
COMPAGNIA DI VENTURA ITALIANA
IL
PERIODO STORICO
Introduzione
Nei
secoli dopo Il mille si ebbe una graduale evoluzione nel modo di
combattere, dovuta ad alcuni cambiamenti sociali prodotti dal
feudalesimo. Le grandi proprietà comitali si erano andate
sempre più parcellizzando via via che gli eredi reclamavano la
loro parte di ricchezza, divenendo questa sempre più esigua. I
moltiplicati feudatari si
accorsero presto di non poter ricavar granché sfarzo e nemmeno
dignitoso sostentamento dai loro piccoli possedimenti, e si
diedero così ad intraprendere quella attività in cui fin da
giovani erano stati preparati, Il mestiere delle armi. È certo
che il momento fu propizio per l’attività, in quanto i secoli
del basso medioevo furono densi di battaglie e guerre di
conquista, si configurò quindi una figura di soldato
professionista che non teneva simpatie per nessuna fazione se
non la propria.
Le
numerose contrapposizioni tra realtà comunali, divise nelle ben
note fazioni Guelfe e Ghibelline in primis, mascherarono le
lotte intestine che per ben altri interessi
covavano tra le potenti corporazioni di allora.
L’organizzazione
militare nelle città comunali fu inizialmente esercito di
popolo, reclutato talora anche in modo volontario, nel quale lo
stimolo in ogni combattente era originato dalla consapevolezza
di dover prendere le difese
della propria ricchezza. Anche il sopraggiungere di un
grande benessere sociale ripartito anche nelle classi meno
abbienti, il popolo minuto, fece si che la difesa (e
l’assalto) fosse affidata ad un esercito professionalmente
preparato organizzato militarmente e retribuito. Vari e
molteplici motivi indussero i nuovi signori delle città ad
abbandonare il sistema militare sopra detto. Per primo vi fu la
necessità di avere la sicurezza della piena autorità
sull’esercito per combattere i dissensi interni, cosa non
sempre possibile se i militari stessi avevano interessi
particolari nella medesima signoria, anche dal punto di vista
economico risultava spesso troppo oneroso mantenere una
struttura stabile che costava anche in tempo di pace.
In
questo contesto si inserirono perfettamente le figure dei
cavalieri mercenari i quali aggregandosi fra loro dettero vita
alle prime “compagnie di ventura”
pronti a concedere i propri servigi al migliore offerente
.
COMPAGNIE
DI VENTURA
Inizialmente
guidate da stranieri come Giovanni di Montreal, detto Fra
Moriale, Werner di Urslinger, chiamato Guarnieri, Corrado
di Landau, Anichino di Boumgarten e l'inglese John Hawkwook,
detto Giovanni Acuto.
Non avendo una organizzazione ne una disciplina, praticano il
brigantaggio, imponendo taglie ai villaggi prosperosi e dando
alle fiamme quelli poveri. “Rapinano abbazie e monasteri di
provviste ed oggetti preziosi; saccheggiano i granai dei
contadini; uccidono e torturano coloro che tentano di nascondere
i propri beni, senza risparmiare né religiosi né anziani.
Violentano vergini,
suore e madri e rapiscono le donne portandole al seguito della
brigata”.
Il cronista Fiorentino Matteo Villani testimonia che una delle
più grandi compagnie quella di “Fra Moriale” era formata da
7000 Cavalieri e “più di ventimila ribaldi e femmine di
mala condizione per fare male e pascersi di carogna”).
Le
compagnie si moltiplicano così in breve tempo, talvolta
combattendo tra di loro fingendo in sottinteso accordo per
risparmiare uomini e forze. Anche la loro struttura andò
perfezionandosi, e da mere bande di depredatori si trasformarono
in professionisti, organizzati al punto di avere una gerarchia
militare accanto ad una amministrativa comprendente camerlenghi
notai e finanzieri.
Compagnie di ventura a Peccioli
Il
castello di Peccioli in questo periodo era al centro delle
controversie per la dominazione della valdera da parte di Pisa e
Firenze, era posto quindi in una posizione di primaria
importanza per il controllo di detto territorio, per questo
motivo gli eserciti e le compagnie di ventura vi si
contrapposero duramente per la sua conquista. Peccioli subì
quindi vari assedi tra cui uno che merita di essere
raccontato per l’importanza che ebbe nel contesto della lotta
tra Pisa e Firenze, e che ebbe come epilogo la nascita di una
grande compagnia di ventura.
L’assedio del
castello di Peccioli si inserisce nel contesto di guerra tra
Pisa e Firenze inaspritosi
nell'ottobre
del 1361 quando Firenze s'impadronì di Volterra. La conquista
di questa città, al cui possesso aspiravano i Pisani, produsse
un'ulteriore rottura tra le due città. Al comando delle truppe
Fiorentine era Messer
Bonifazio Lupo che tra il sesto giorno di luglio del 1362 si
accampò tra Ghizzano e Peccioli.
Messer Bonifazio ebbe in questo momento una recessione
dall’incarico , dovuta a interessi privati e vendette
personali da parte di suoi consiglieri, che come detto in
introduzione erano caratteristici degli eserciti diretti dalle
oligarchie quale era in questi anni governata la città di
Firenze, sotto il predominio delle arti maggiori e di signori
esterni. Il Bonifazio fu acclamato dal suo esercito di restare
ma inorgoglito si ritirò verso Firenze, “non gli fu grave di
rimanere secondo la dove era stato primo”
Al
Bonifazio successe Ridolfo da Varano il quale era meno impulsivo
del Lupo, “più
illustre di nascita, ma inferiore assai per prontezza e per
mente”
nell’attesa fu catturato un messo che dal castello di Peccioli
uscendo per porticciola andava a chiedere aiuto ai
Pisani, la lettera diceva anche che il castello era sguarnito
per sostenere un simile assedio. Il Varano per verificare che la
lettera dicesse il vero e non vi siano stati tranelli dette
l’assalto alle mura, in modo da fare reagire i castellani ,
“Per scorgere la gente che v’era alla difesa e per quello
comprendere si poté
forse sessanta uomini con femmine assai si vidino, che diedero a
intendere che vi mancasse la difesa”, Il Varano aveva la
sicurezza di poter attaccare senza problemi ma fu molto prudente
egli diceva che “Il procinto della terra era grande, forte
di muro e di ripe”. I Fiorentini attendendo inutilmente
l’attacco accusarono il Varano d lassismo, “Stava
dormendo la mattina fino alla terza, con letto fornito di
disonesta compagnia,
e menando vita di corte quieta” Attese l’arrivo dei
rinforzi da Firenze accompagnati da Niccolò da Montefeltro e
fece con queste scorrerie fino a Cascina.
Nel
frattempo il ritorno di Bonifazio Lupo dette una smossa alle
operazioni concedendo ai Castellani di Peccioli su loro
richiesta un ultimatum secondo il quale se entro il dì 10 di
agosto del 1362 non fossero ancora arrivati i rinforzi richiesti
agli anziani di Pisa si sarebbero dati per vinti, mettendo a
disposizione alcuni ostaggi, “Quei di dentro patteggiarono
che se il 10 agosto non fossero stati soccorsi si renderebbero,
salve le persone; e ne furon mandati ostaggi a Firenze. Pisa non
poteva mandare aiuto perché ignara di tutto”.
Alla
scadenza dell’ultimatum i Fiorentini attaccarono e arrivati
fin sotto la rocca “di due torri possenti collegate con un
ponte” avvertirono il capitano di Pisa
che vi si era rifugiato di arrendersi e ricevute in
cambio offese e sberleffi i Fiorentini dettero fuoco ai puntelli
con il quale la torre scalzata delle fondamenta si reggeva. “La
torre cadde in sulle mura e di quelle abbatté bene quaranta
braccia”.
Peccioli era in Mano ai Fiorentini ma non fu predata dai soldati
grazie all’intervento proprio di Bonifazio Lupo, il quale vi
si mise subito a difesa. Successe invece il contrario, in quanto
molti abitanti se ne andarono perché temevano una reazione
contro di loro dei Pisani per essersi dati troppo facilmente. Le
cronache del tempo ci dicono che per la conquista di detto
castello a Firenze si festeggiò grandemente di giorno e di
notte, e in segno di benevolenza
il capitano Pisano catturato non fu condannato a morte.
Nascita della compagnia del Cappelletto
I fatti
successivi alla conquista del castello di Peccioli videro
l’evolversi della situazione in un modo molto particolare. I
soldati Fiorentini chiesero doppia paga per avere preso il
castello consapevoli dell’importanza del sito, ma ricevendo a
tale richiesta un rifiuto molti di loro si ribellarono e con a
capo Niccolò da Montefeltro diedero vita alla prima compagnia
di Ventura formata da Italiani.
L’episodio è così vividamente narrato da Matteo
Villani nella sua “Cronica” che la cosa migliore è
riportare per intero il brano che lo descrive:
“La presura di Peccioli fu materia di scandolo tra’l
comune di Firenze e’ soldati: perocchè certi di loro, ciò fu
il conte Niccolò da Urbino, Ugolino de’ Sabatini di Bologna,
e Marcolfo de’ Rossi da Rimini, uomini di grande animo e
seguito, con la maggior parte de’ conestabili tedeschi, a
istigamento dei procuratori di loro paghe, a dì XXX agosto di
detto anno …, mossono lite al comune, dicendo che per la
presura di Piccioli dovevano avere paga doppia e mese compiuto
… I priori determinarono che la loro domanda non era
ragionevole, onde tornato al campo lo ambasciatore con questa
risposta, furiosamente il detto Niccolò, Ugolino e Marcolfo
puosono un cappello in su una lancia, dicendo che chi
voleva paga doppia e mese compiuto si mettesse sotto il detto
segno: i quali in poca d’ora si ricolgono il detto Niccolò,
Ugolino e Marcolfo con loro brigate e molti caporali tedeschi e
borgognoni, tanto che passarono il numero di mille uomini da
cavallo … come ciò fu noto a Firenze il detto Niccolò,
Ugolino e Marcolfo, e conestabili tedeschi di presente furono
cassi (licenziati): ed essi si ragunarono all’Ossaia
in quel d’Arezzo e crearono compagnia, la quale per lo caso
detto di sopra, del cappello posto in sulla lancia, titolarono
la compagnia del cappelletto …”
Anche il Tronci negli annali Pisani descrive similmente il
fatto: “donde
il generale spedì
quattrocento
cavalli in Maremma, la quale fu orribilmente saccheggiata, senza
che i pisani opponessero quasi alcuna resistenza; poiché oltre
all'aver sopra tanto sforzo di nemici, erano crudelmente
tormentati dalla peste . Ma il corso di tanti prosperi successi
fu interrotto dalla indisciplina delle truppe da Firenze
assoldate. Dopo la presa di Peccioli, in conte Niccola da
Urbino, Ugolino Sabatino da Bologna, Marcolfo de' Rossi da
Rimini ed alcuni capitani tedeschi chiesero che si desse
all'esercito doppia paga e mese compiuto. La Signoria ricusò,
per si piccola conquista, una ricompensa riservata per le più
grandi vittorie. Saputosi il qual rifiuto al campo, i
contestabili posero un cappello sulla punta d'una lancia e
bandirono, che intorno a quell'insegna si raccogliessero quanti
voleano compiuto il mese e doppia paga. Vi si unirono mille
cavalieri. Ricondotti dal generale a san Miniato, onde il nemico
non vedesse tanta licenza, la Signoria congedò i tumultuosi; ma
essi non si separarono, e formarono una compagnia di ventura
sotto il nome del cappelletto ; e passati nel territorio
d'Arezzo, cominciarono a vivere di ladroneggio . Allettati dalle
prede che questi venturieri facevano si congiunsero loro altri
mille cavalli, e tutti insieme tornarono nel samminiatese: lo
che fu di conforto ai pisani per la molestia che da quegli
uomini di ventura poteano fiorentini ricevere, e la gente di
Pisa riacquistò Laiatico.”
BONIFACIO
LUPO Di
Parma. Fuoriuscito. Marchese di Soragna. Figlio di Ugolotto,
fratello di Raimondo, zio di Ugolotto Biancardo, di Antonio e di
Simone Lupo. +
1389
E’
inviato dai carraresi in soccorso dei fiorentini. Gli è chiesto
il suo parere sulla difesa di Pietrabuona, circondata di
battifolli dai pisani; la località cade nelle mani dei nemici.
Il Lupo è nominato capitano di guerra e, con i soccorsi giunti
da Pistoia, Arezzo e Roberto di Battifolle, ha a disposizione
1600 cavalli e 5000 fanti. I commissari lo spingono a cavalcare
nel lucchese; segue viceversa le proprie intenzioni e muove da
Pescia per Fucecchio e Castelfranco. Penetra in val d’Era,
corre fino a Peccioli e conquista il castello di Ghezzano.
Gli
è proibito di continuare nella sua azione offensiva; gli otto
della Guerra lo so stituiscono nel comando con Rodolfo da
Varano. Nell’attesa dell’arrivo del nuovo capitano generale,
depreda la val d’Era, viene a Padule, ha il castello di San
Piero a Grado, Forcoli e saccheggia tutto il territorio fin
sotto Pisa: sono espugnati e dati alle fiamme nel complesso 32
tra castelli e fortezze e bruciate più di 600 case. Entra in
Cascina e persevera sempre nella medesima politica del terrore;
a Riglione Oratoio fa correre tre palii (di cui uno destinato ai
barattieri, uno ai tenutari delle case da gioco ed uno alle
meretrici); devasta poi il contado di Putignano e rientra su
Peccioli. I pisani non accettano la battaglia campale a Castel
del Fosso; alla fine, mancando i rifornimenti,
si sposta a Petriolo in attesa del nuovo capitano. Per
non lasciare le sue genti inattive spedisce 400 barbute ed
ungheri e 500 masnadieri, agli ordini di Leoncino dei
Pannocchieschi, nella maremma verso Montescudaio. Costoro
ritornano al campo con 1200 bufali, 900 vacche, molti vitelli,
più di 1000 maiali ed altro bestiame: il Lupo rinuncia alla sua
parte di bottino e la lascia a chi se l’è assicurata. Il
Varano prende da lui a Petriolo le insegne del comando e lo
nomina suo maresciallo. Pochi giorni dopo, tuttavia, si finge
ammalato, se ne va a Firenze e chiede licenza di rientrare nel
Veneto perché il Varano non si decide a scontrarsi con i
pisani. I fiorentini lo pregano di rimanere per pungolare il
nuovo capitano di guerra e lo rimandano al campo con 1000
balestrieri e 200 cavalli.
Peccioli
cade nelle mani dei fiorentini ed egli impedisce che i borghi
siano messi a sacco;
ha Montecchio ed invia al capoluogo numerosi prigionieri
RODOLFO DA
VARANO
(Rodolfo da Camerino) Signore di Camerino, Fabriano,
Tolentino, Cingoli, Sarnano, San Ginesio, Amandola, Macerata,
Pausola, Civitanova Marche, Belforte del Chienti, Potenza Picena
e di Penna San Giovanni. Fratello di Gentile e Giovanni, genero
di Pandolfo Malatesta, suocero di Galeotto Malatesta. +
1384 (novembre) Condotta di Firenze contro Pisa e Peccioli
Luglio
1362
E’
nominato capitano generale dai fiorentini al posto di Bonifacio
Lupo (provvigione di 2000 fiorini).
Onora il suo predecessore e lo nomina suo mariscalco vincendo
così lo sdegno del condottiero nei confronti di Firenze. Con
l’arrivo di Niccolò Orsini e di altri capitani, ha a sua
disposizione 2000 barbute e 5000 fanti con i quali si
acquartiera tra Peccioli e
Ghizzano. Avuti i rifornimenti richiesti, si muove da
Peccioli, supera Ponsacco, entra a Cascina: i suoi ungheri
giungono alla badia di San Savino, dove fanno 50 prigionieri. Si
attenda a San Savino, da dove fa scorrere i suoi cavalli fino a
Pisa; alla Bessa, fa pure correre un palio vinto dall’Orsini e
lo stesso giorno, per maggiore derisione degli avversari, fa
correre altri tre palii destinati agli asini, ai barattieri
(funzionari disonesti e giocatori) ed alle meretrici. 600 fanti,
200 cavalli e molti balestrieri escono da Pisa per vendicare
l’oltraggio e sono ributtati dentro la città. Fa
incendiare tutto ciò che è infiammabile fino al borgo
di San Marco, a San Casciano ed a Caprona; ritorna a Ponsacco ed
intercetta una lettera
del castellano di Peccioli nel quale costui chiede un pronto
soccorso; fa circondare di steccati il castello ed impedisce che
riceva rinforzi dall’esterno. Spinto dal Lupo e dai
fiorentini, porta un assalto condotto senza troppa convinzione.
I difensori si arrendono a patti, alla condizione di non
ricevere soccorsi entro il termine di dieci giorni: a tal fine i
fiorentini gli mandano 1000 balestrieri e 200 cavalli.
Agosto
1362
Allo
scadere del termine, il capitano di Peccioli non rispetta gli
accordi; crolla una torre puntellata e con la sua caduta sono
rovinate 40 braccia di mura. Il Varano ed il Lupo non permettono
alle truppe di dare il sacco al borgo; i difensori, catturati
nel borgo, sono imprigionati, dopo avere corso il pericolo di
essere messi a morte. Assedia Montecchio, alla cui guardia sono
200 fanti; assale il castello per più giorni e 60 difensori,
per cercare di sfuggirgli, si gettano in un dirupo; dei
rimanenti, 144 si arrendono a discrezione e sono condotti in
carcere a Firenze. Ha a forza Laiatico con grande uccisione di
pisani, ha senza problemi Foiano con la rocca: ne è tratta una
campana che viene mandata a Firenze; cavalca a Montefoscoli ed a
Marti, che non può assediare per la mancanza d’acqua; torna a
Fabbrica e da qui invia in maremma 400 cavalli e molti
masnadieri a razziarvi il bestiame. Si segnala per un gesto
interpretato negativamente, che gli farà perdere parte
dell’ascendente sulle truppe: non rinuncia, infatti, alla sua
parte di bottino, come al contrario ha fatto il Lupo in analoga
circostanza. Lasciano le sue file Niccolò da Montefeltro,
Ugolino dei Sabatini e Marcolfo dei Rossi, che pretendono per la
caduta di Peccioli paga doppia e mese compiuto: si accampa Marti
e Castel del Bosco perché teme qualche loro colpo di mano.
Ottobre
1362
Pietro
Gambacorta organizza un trattato in Pisa, per entrare nella città
con l’ausilio dei fiorentini. Il Varano si muove da Peccioli con
700 cavalli e 300 ungheri, penetra nottetempo nel borgo di San
Marco, con la speranza che disordini interni possano agevolare la
sua avanzata. Escono dalla città 3 bandiere di cavalli che sono
tutti catturati o uccisi: l’azione permette agli abitanti di
prepararsi, cosicché è forzato al ritiro con la perdita di 2
connestabili. Prosegue le sue scorrerie, prima a Bagno a Acqua
(incendiata) e poi in altre località.
Alcuni venturieri unitosi sotto l’insegna del cappelletto
NICCOLO’ DA MONTEFELTRO Conte di Urbino. Figlio naturale di Federico, fratello di
Nolfo, nipote di Speranza. 1319
– 1367 (agosto)
Raggiunge
a Ponsacco Rodolfo da Varano con 100 cavalli e molti venturieri; occupa
Cascina, dove vi trova un buon bottino; si avvicina a mezzo miglio da Pisa ed
è corso un palio che è da lui vinto.
Ha
Peccioli; con Ugolino dei Sabatini e Marcolfo dei Rossi pretende dai
fiorentini paga doppia e mese compiuto per la conquista. Avuta risposta
negativa dai priori, forma la Compagnia del Cappelletto, composta di 1000
cavalli italiani, tedeschi e borgognoni. Viene licenziato.
Si
allontana e si raduna i suoi uomini ad Ossaia
Niccolò
da montefeltro, la cui data di
nascita è incerta ma può ragionevolmente collocarsi intorno all’anno 1315
o poco dopo, considerato che le prime notizie documentate su di lui risalgono
al 1334 quando doveva essere giovanissimo se non addirittura adolescente, era
figlio di Cantuccio e nipote del conte Speranza da Montefeltro.
La
frattura all’interno della famiglia comitale dei Montefeltro si era prodotta
in seguito agli sconvolgimenti politici che avevano portato nella prima metà
del trecento al crollo delle forze ghibellino-imperiali delle quali i
Montefeltro facevano parte per tradizione ed interessi.
Niccolò si inserisce quindi perfettamente Tra gli esiliati costretti a
darsi al mestiere delle armi per sopravvivere, Niccolò si guadagnerà
l’onore di essere ricordato tra i capitani di milizie del suo tempo.
MARCOLFO DEI ROSSI (Marcolfo
da Rimini) Di Rimini. + 1370
ca.
Agosto
1362
A
seguito della conquista di Peccioli, pretende paga doppia e mese compiuto.
Avuta risposta negativa, con Niccolò da Montefeltro ed altri condottieri si
ritira dal campo con 1000
cavalli, di cui molti tedeschi e borgognoni, e con costoro fonda ad Ossaia la
Compagnia del Cappelletto.
GIOVANNI DA SARTEANO Conte. + 1365
ca.
Con
il Montefeltro fa parte della Compagnia del Cappelletto E’ attaccato a
tradimento a Torrita di Siena, mentre la compagnia è in ordine di marcia, da
800 cavalli, di cui 400 pisani. E’ catturato con il Montefeltro e Marcolfo
dei Rossi. Nello scontro sono uccisi più di 100 uomini.
CIUPO SCOLARI
Di
Firenze. Ghibellino. Fuoriuscito. Padre di Bernardo e di Ranieri. + 1370 ca.
Milita
nella Compagnia del Cappelletto di Niccolò da Montefeltro.
Attraversa il senese in non perfetto ordine di marcia ed è
sorpreso a Torrita di Siena da Francesco Orsini, che coglie in
imboscata i venturieri. Il Montefeltro è catturato.
ERMANNO
DI WARTENSTEIN
(Hartmann di Warstein, Armanno Tedesco) Conte di Warstein nel
Wurttemberg. + 1367 ca.
Si
unisce con la Compagnia del Cappelletto e depreda il senese su istigazione dei
fiorentini. Si compone con la repubblica e promette con Niccolò da
Montefeltro, Ciupo Scolari ed Ugolino dei Sabatini di essere in perpetuo amico
del comune.
UGOLINO DEI SABATINI
Di Bologna. Fuoriuscito. +
1375 ca.
Organizza
una congiura in Bologna ai danni del rettore pontificio Blasco Gomez. E’
condannato dal podestà Ciappo da Narni; altre condanne al bando perpetuo gli
sono comminate dai suoi successori, il vicepodestà Antonio da Città di
Castello e dal podestà Jacopo Alberti. Passa al soldo dei fiorentini e
combatte i pisani. Con la conquista di Peccioli, pretende paga doppia e mese
compiuto. Avuta risposta negativa, con Niccolò da Montefeltro e Marcolfo dei
Rossi si ritira dal campo con 1000 cavalli (dei quali molti sono tedeschi e
borgognoni) e con costoro fonda ad Ossaia la Compagnia del Cappelletto
Famosi Venturieri che sono passati per Peccioli nel Medioevo ed oltre
PIRRO COLONNA
1552
FRANCESCO DA
MONTEDOGLIO 1510
RANUCCIO DA
MARCIANO 1501
GUIDO D'ASCIANO
1410
CORRADO LANDO
1403
MANETTO DA
JESI 1395
BERNARDO DELLA
SALA 1391
EVERARDO DELLA
CAMPANA 1390
NICCOLO'
ORSINI 1389
BONIFACIO LUPO
1389
ALDOBRANDINO
ORSINI 1384
RODOLFO DA
VARANO 1384
ANICHINO DI
BAUMGARTEN 1375
UGOLINO DEI
SABATINI 1375
MARCOLFO DEI
ROSSI 1370
CIUPO SCOLARI
1370
ERMANNO DA
WARTESTEIN 1367
ALBERTO STERZ
1366
AMERIGO DEL
CAVALLETTO 1360
NICCOLO' DA
MONTEFELTRO 1367
Bibliografia
Ø
www.condottieridiventura.it
Ø
Cascina nella battaglia, Martini
Ø
Dizionario storico geografico.... Emanuele Repetti 1830
Ø
Medioevo, Vitolo Giovanni, Sansoni 2000
Ø
www.cronologia.it
Ø
Istituto storico delle province d’Italia
vol. III Caciagli Arnera edizioni
Andrea Bertini
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