Associazione culturale Tectiana,   ricerche storiche  per  un contributo alla memoria della Valdera e per la valorizzazione dei beni culturali   

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Assedio di Peccioli Anno 1360
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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L’ASSEDIO DI PECCIOLI E LA NASCITA DELLA COMPAGNIA DEL CAPPELLETTO PRIMA COMPAGNIA DI VENTURA ITALIANA

 

  IL PERIODO STORICO

  Introduzione

 

Nei secoli dopo Il mille si ebbe una graduale evoluzione nel modo di combattere, dovuta ad alcuni cambiamenti sociali prodotti dal feudalesimo. Le grandi proprietà comitali si erano andate sempre più parcellizzando via via che gli eredi reclamavano la loro parte di ricchezza, divenendo questa sempre più esigua. I moltiplicati feudatari  si accorsero presto di non poter ricavar granché sfarzo e nemmeno dignitoso sostentamento dai loro piccoli possedimenti, e si diedero così ad intraprendere quella attività in cui fin da giovani erano stati preparati, Il mestiere delle armi. È certo che il momento fu propizio per l’attività, in quanto i secoli del basso medioevo furono densi di battaglie e guerre di conquista, si configurò quindi una figura di soldato professionista che non teneva simpatie per nessuna fazione se non la propria.

Guerre

  Le numerose contrapposizioni tra realtà comunali, divise nelle ben note fazioni Guelfe e Ghibelline in primis, mascherarono le lotte intestine che per ben altri interessi[1]  covavano tra le potenti corporazioni di allora.

L’organizzazione militare nelle città comunali fu inizialmente esercito di popolo, reclutato talora anche in modo volontario, nel quale lo stimolo in ogni combattente era originato dalla consapevolezza di dover prendere le difese  della propria ricchezza. Anche il sopraggiungere di un grande benessere sociale ripartito anche nelle classi meno abbienti, il popolo minuto, fece si che la difesa (e l’assalto) fosse affidata ad un esercito professionalmente preparato organizzato militarmente e retribuito. Vari e molteplici motivi indussero i nuovi signori delle città ad abbandonare il sistema militare sopra detto. Per primo vi fu la necessità di avere la sicurezza della piena autorità sull’esercito per combattere i dissensi interni, cosa non sempre possibile se i militari stessi avevano interessi particolari nella medesima signoria, anche dal punto di vista economico risultava spesso troppo oneroso mantenere una struttura stabile che costava anche in tempo di pace.

In questo contesto si inserirono perfettamente le figure dei cavalieri mercenari i quali aggregandosi fra loro dettero vita alle prime “compagnie di ventura” pronti a concedere i propri servigi al migliore offerente .

  COMPAGNIE DI VENTURA

  Inizialmente guidate  da stranieri come Giovanni di Montreal, detto Fra Moriale, Werner di Urslinger, chiamato Guarnieri, Corrado di Landau, Anichino di Boumgarten e l'inglese John Hawkwook, detto Giovanni Acuto. Non avendo una organizzazione ne una disciplina, praticano il brigantaggio, imponendo taglie ai villaggi prosperosi e dando alle fiamme quelli poveri. “Rapinano abbazie e monasteri di provviste ed oggetti preziosi; saccheggiano i granai dei contadini; uccidono e torturano coloro che tentano di nascondere i propri beni, senza risparmiare né religiosi né anziani. Violentano vergini, suore e madri e rapiscono le donne portandole al seguito della brigata”. Il cronista Fiorentino Matteo Villani testimonia che una delle più grandi compagnie quella di “Fra Moriale” era formata da 7000 Cavalieri e “più di ventimila ribaldi e femmine di mala condizione per fare male e pascersi di carogna”[2]).

Le compagnie si moltiplicano così in breve tempo, talvolta combattendo tra di loro fingendo in sottinteso accordo per risparmiare uomini e forze. Anche la loro struttura andò perfezionandosi, e da mere bande di depredatori si trasformarono in professionisti, organizzati al punto di avere una gerarchia militare accanto ad una amministrativa comprendente camerlenghi notai e finanzieri.

Compagnie di ventura a Peccioli

  Il castello di Peccioli in questo periodo era al centro delle controversie per la dominazione della valdera da parte di Pisa e Firenze, era posto quindi in una posizione di primaria importanza per il controllo di detto territorio, per questo motivo gli eserciti e le compagnie di ventura vi si contrapposero duramente per la sua conquista. Peccioli subì  quindi vari assedi tra cui uno che merita di essere raccontato per l’importanza che ebbe nel contesto della lotta tra Pisa e Firenze, e che ebbe come epilogo la nascita di una grande compagnia di ventura.

L’assedio

  L’assedio del castello di Peccioli si inserisce nel contesto di guerra tra Pisa e Firenze inaspritosi nell'ottobre del 1361 quando Firenze s'impadronì di Volterra. La conquista di questa città, al cui possesso aspiravano i Pisani, produsse un'ulteriore rottura tra le due città. Al comando delle truppe Fiorentine era  Messer Bonifazio Lupo che tra il sesto giorno di luglio del 1362 si accampò tra Ghizzano e Peccioli[3]. Messer Bonifazio ebbe in questo momento una recessione dall’incarico , dovuta a interessi privati e vendette personali da parte di suoi consiglieri, che come detto in introduzione erano caratteristici degli eserciti diretti dalle oligarchie quale era in questi anni governata la città di Firenze, sotto il predominio delle arti maggiori e di signori esterni. Il Bonifazio fu acclamato dal suo esercito di restare ma inorgoglito si ritirò verso Firenze, “non gli fu grave di rimanere secondo la dove era stato primo”

Al Bonifazio successe Ridolfo da Varano il quale era meno impulsivo del Lupo,  più illustre di nascita, ma inferiore assai per prontezza e per mente[4]” nell’attesa fu catturato un messo che dal castello di Peccioli   uscendo per porticciola andava a chiedere aiuto ai Pisani, la lettera diceva anche che il castello era sguarnito per sostenere un simile assedio. Il Varano per verificare che la lettera dicesse il vero e non vi siano stati tranelli dette l’assalto alle mura, in modo da fare reagire i castellani , “Per scorgere la gente che v’era alla difesa e per quello comprendere  si poté forse sessanta uomini con femmine assai si vidino, che diedero a intendere che vi mancasse la difesa”, Il Varano aveva la sicurezza di poter attaccare senza problemi ma fu molto prudente egli diceva che “Il procinto della terra era grande, forte di muro e di ripe”. I Fiorentini attendendo inutilmente l’attacco accusarono il Varano d lassismo, “Stava dormendo la mattina fino alla terza, con letto fornito di disonesta compagnia[5], e menando vita di corte quieta” Attese l’arrivo dei rinforzi da Firenze accompagnati da Niccolò da Montefeltro e fece con queste scorrerie fino a Cascina.

Nel frattempo il ritorno di Bonifazio Lupo dette una smossa alle operazioni concedendo ai Castellani di Peccioli su loro richiesta un ultimatum secondo il quale se entro il dì 10 di agosto del 1362 non fossero ancora arrivati i rinforzi richiesti agli anziani di Pisa si sarebbero dati per vinti, mettendo a disposizione alcuni ostaggi, “Quei di dentro patteggiarono che se il 10 agosto non fossero stati soccorsi si renderebbero, salve le persone; e ne furon mandati ostaggi a Firenze. Pisa non poteva mandare aiuto perché ignara di tutto”[6].

Alla scadenza dell’ultimatum i Fiorentini attaccarono e arrivati fin sotto la rocca “di due torri possenti collegate con un ponte” avvertirono il capitano di Pisa  che vi si era rifugiato di arrendersi e ricevute in cambio offese e sberleffi i Fiorentini dettero fuoco ai puntelli con il quale la torre scalzata delle fondamenta si reggeva. “La torre cadde in sulle mura e di quelle abbatté bene quaranta braccia”[7]. Peccioli era in Mano ai Fiorentini ma non fu predata dai soldati grazie all’intervento proprio di Bonifazio Lupo, il quale vi si mise subito a difesa. Successe invece il contrario, in quanto molti abitanti se ne andarono perché temevano una reazione contro di loro dei Pisani per essersi dati troppo facilmente. Le cronache del tempo ci dicono che per la conquista di detto castello a Firenze si festeggiò grandemente di giorno e di notte, e in segno di  benevolenza il capitano Pisano catturato non fu condannato a morte.

Nascita della compagnia del Cappelletto

  I fatti successivi alla conquista del castello di Peccioli videro l’evolversi della situazione in un modo molto particolare. I soldati Fiorentini chiesero doppia paga per avere preso il castello consapevoli dell’importanza del sito, ma ricevendo a tale richiesta un rifiuto molti di loro si ribellarono e con a capo Niccolò da Montefeltro diedero vita alla prima compagnia di Ventura formata da Italiani.  L’episodio è così vividamente narrato da Matteo Villani nella sua “Cronica” che la cosa migliore è riportare per intero il brano che lo descrive: “La presura di Peccioli fu materia di scandolo tra’l comune di Firenze e’ soldati: perocchè certi di loro, ciò fu il conte Niccolò da Urbino, Ugolino de’ Sabatini di Bologna, e Marcolfo de’ Rossi da Rimini, uomini di grande animo e seguito, con la maggior parte de’ conestabili tedeschi, a istigamento dei procuratori di loro paghe, a dì XXX agosto di detto anno …, mossono lite al comune, dicendo che per la presura di Piccioli dovevano avere paga doppia e mese compiuto … I priori determinarono che la loro domanda non era ragionevole, onde tornato al campo lo ambasciatore con questa risposta, furiosamente il detto Niccolò, Ugolino e Marcolfo puosono un cappello in su una lancia, dicendo che chi voleva paga doppia e mese compiuto si mettesse sotto il detto segno: i quali in poca d’ora si ricolgono il detto Niccolò, Ugolino e Marcolfo con loro brigate e molti caporali tedeschi e borgognoni, tanto che passarono il numero di mille uomini da cavallo … come ciò fu noto a Firenze il detto Niccolò, Ugolino e Marcolfo, e conestabili tedeschi di presente furono cassi (licenziati): ed essi si ragunarono all’Ossaia[8] in quel d’Arezzo e crearono compagnia, la quale per lo caso detto di sopra, del cappello posto in sulla lancia, titolarono la compagnia del cappelletto …”[9] Anche il Tronci negli annali Pisani descrive similmente il fatto: “donde il generale spedì quattrocento cavalli in Maremma, la quale fu orribilmente saccheggiata, senza che i pisani opponessero quasi alcuna resistenza; poiché oltre all'aver sopra tanto sforzo di nemici, erano crudelmente tormentati dalla peste . Ma il corso di tanti prosperi successi fu interrotto dalla indisciplina delle truppe da Firenze assoldate. Dopo la presa di Peccioli, in conte Niccola da Urbino, Ugolino Sabatino da Bologna, Marcolfo de' Rossi da Rimini ed alcuni capitani tedeschi chiesero che si desse all'esercito doppia paga e mese compiuto. La Signoria ricusò, per si piccola conquista, una ricompensa riservata per le più grandi vittorie. Saputosi il qual rifiuto al campo, i contestabili posero un cappello sulla punta d'una lancia e bandirono, che intorno a quell'insegna si raccogliessero quanti voleano compiuto il mese e doppia paga. Vi si unirono mille cavalieri. Ricondotti dal generale a san Miniato, onde il nemico non vedesse tanta licenza, la Signoria congedò i tumultuosi; ma essi non si separarono, e formarono una compagnia di ventura sotto il nome del cappelletto ; e passati nel territorio d'Arezzo, cominciarono a vivere di ladroneggio . Allettati dalle prede che questi venturieri facevano si congiunsero loro altri mille cavalli, e tutti insieme tornarono nel samminiatese: lo che fu di conforto ai pisani per la molestia che da quegli uomini di ventura poteano fiorentini ricevere, e la gente di Pisa riacquistò Laiatico.”

Personaggi

  BONIFACIO LUPO  Di Parma. Fuoriuscito. Marchese di Soragna. Figlio di Ugolotto, fratello di Raimondo, zio di Ugolotto Biancardo, di Antonio e di Simone Lupo. + 1389

E’ inviato dai carraresi in soccorso dei fiorentini. Gli è chiesto il suo parere sulla difesa di Pietrabuona, circondata di battifolli dai pisani; la località cade nelle mani dei nemici. Il Lupo è nominato capitano di guerra e, con i soccorsi giunti da Pistoia, Arezzo e Roberto di Battifolle, ha a disposizione 1600 cavalli e 5000 fanti. I commissari lo spingono a cavalcare nel lucchese; segue viceversa le proprie intenzioni e muove da Pescia per Fucecchio e Castelfranco. Penetra in val d’Era, corre fino a Peccioli e conquista il castello di Ghezzano.

Gli è proibito di continuare nella sua azione offensiva; gli otto della Guerra lo so stituiscono nel comando con Rodolfo da Varano. Nell’attesa dell’arrivo del nuovo capitano generale, depreda la val d’Era, viene a Padule, ha il castello di San Piero a Grado, Forcoli e saccheggia tutto il territorio fin sotto Pisa: sono espugnati e dati alle fiamme nel complesso 32 tra castelli e fortezze e bruciate più di 600 case. Entra in Cascina e persevera sempre nella medesima politica del terrore; a Riglione Oratoio fa correre tre palii (di cui uno destinato ai barattieri, uno ai tenutari delle case da gioco ed uno alle meretrici); devasta poi il contado di Putignano e rientra su Peccioli. I pisani non accettano la battaglia campale a Castel del Fosso; alla fine, mancando i rifornimenti,  si sposta a Petriolo in attesa del nuovo capitano. Per non lasciare le sue genti inattive spedisce 400 barbute ed ungheri e 500 masnadieri, agli ordini di Leoncino dei Pannocchieschi, nella maremma verso Montescudaio. Costoro ritornano al campo con 1200 bufali, 900 vacche, molti vitelli, più di 1000 maiali ed altro bestiame: il Lupo rinuncia alla sua parte di bottino e la lascia a chi se l’è assicurata. Il Varano prende da lui a Petriolo le insegne del comando e lo nomina suo maresciallo. Pochi giorni dopo, tuttavia, si finge ammalato, se ne va a Firenze e chiede licenza di rientrare nel Veneto perché il Varano non si decide a scontrarsi con i pisani. I fiorentini lo pregano di rimanere per pungolare il nuovo capitano di guerra e lo rimandano al campo con 1000 balestrieri e 200 cavalli.  

Peccioli cade nelle mani dei fiorentini ed egli impedisce che i borghi siano messi a  sacco; ha Montecchio ed invia al capoluogo numerosi prigionieri

  RODOLFO DA VARANO  (Rodolfo da Camerino) Signore di Camerino, Fabriano, Tolentino, Cingoli, Sarnano, San Ginesio, Amandola, Macerata, Pausola, Civitanova Marche, Belforte del Chienti, Potenza Picena e di Penna San Giovanni. Fratello di Gentile e Giovanni, genero di Pandolfo Malatesta, suocero di Galeotto Malatesta. + 1384 (novembre) Condotta di Firenze contro Pisa e Peccioli

Luglio 1362

E’ nominato capitano generale dai fiorentini al posto di Bonifacio Lupo (provvigione di 2000  fiorini). Onora il suo predecessore e lo nomina suo mariscalco vincendo così lo sdegno del condottiero nei confronti di Firenze. Con l’arrivo di Niccolò Orsini e di altri capitani, ha a sua disposizione 2000 barbute e 5000 fanti con i quali si acquartiera tra Peccioli e  Ghizzano. Avuti i rifornimenti richiesti, si muove da Peccioli, supera Ponsacco, entra a Cascina: i suoi ungheri giungono alla badia di San Savino, dove fanno 50 prigionieri. Si attenda a San Savino, da dove fa scorrere i suoi cavalli fino a Pisa; alla Bessa, fa pure correre un palio vinto dall’Orsini e lo stesso giorno, per maggiore derisione degli avversari, fa correre altri tre palii destinati agli asini, ai barattieri (funzionari disonesti e giocatori) ed alle meretrici. 600 fanti, 200 cavalli e molti balestrieri escono da Pisa per vendicare l’oltraggio e sono ributtati dentro la città. Fa  incendiare tutto ciò che è infiammabile fino al borgo di San Marco, a San Casciano ed a Caprona; ritorna a Ponsacco ed intercetta una  lettera del castellano di Peccioli nel quale costui chiede un pronto soccorso; fa circondare di steccati il castello ed impedisce che riceva rinforzi dall’esterno. Spinto dal Lupo e dai fiorentini, porta un assalto condotto senza troppa convinzione. I difensori si arrendono a patti, alla condizione di non ricevere soccorsi entro il termine di dieci giorni: a tal fine i fiorentini gli mandano 1000 balestrieri e 200 cavalli.

Agosto 1362

Allo scadere del termine, il capitano di Peccioli non rispetta gli accordi; crolla una torre puntellata e con la sua caduta sono rovinate 40 braccia di mura. Il Varano ed il Lupo non permettono alle truppe di dare il sacco al borgo; i difensori, catturati nel borgo, sono imprigionati, dopo avere corso il pericolo di essere messi a morte. Assedia Montecchio, alla cui guardia sono 200 fanti; assale il castello per più giorni e 60 difensori, per cercare di sfuggirgli, si gettano in un dirupo; dei rimanenti, 144 si arrendono a discrezione e sono condotti in carcere a Firenze. Ha a forza Laiatico con grande uccisione di pisani, ha senza problemi Foiano con la rocca: ne è tratta una campana che viene mandata a Firenze; cavalca a Montefoscoli ed a Marti, che non può assediare per la mancanza d’acqua; torna a Fabbrica e da qui invia in maremma 400 cavalli e molti masnadieri a razziarvi il bestiame. Si segnala per un gesto interpretato negativamente, che gli farà perdere parte dell’ascendente sulle truppe: non rinuncia, infatti, alla sua parte di bottino, come al contrario ha fatto il Lupo in analoga circostanza. Lasciano le sue file Niccolò da Montefeltro, Ugolino dei Sabatini e Marcolfo dei Rossi, che pretendono per la caduta di Peccioli paga doppia e mese compiuto: si accampa Marti e Castel del Bosco perché teme qualche loro colpo di mano.

Ottobre 1362

Pietro Gambacorta organizza un trattato in Pisa, per entrare nella città con l’ausilio dei fiorentini. Il Varano si muove da Peccioli con 700 cavalli e 300 ungheri, penetra nottetempo nel borgo di San Marco, con la speranza che disordini interni possano agevolare la sua avanzata. Escono dalla città 3 bandiere di cavalli che sono tutti catturati o uccisi: l’azione permette agli abitanti di prepararsi, cosicché è forzato al ritiro con la perdita di 2 connestabili. Prosegue le sue scorrerie, prima a Bagno a Acqua (incendiata) e poi in altre località.

Alcuni venturieri unitosi sotto l’insegna del cappelletto

  NICCOLO’ DA MONTEFELTRO  Conte di Urbino. Figlio naturale di Federico, fratello di Nolfo, nipote di Speranza. 1319 – 1367 (agosto)

Raggiunge a Ponsacco Rodolfo da Varano con 100 cavalli e molti venturieri; occupa Cascina, dove vi trova un buon bottino; si avvicina a mezzo miglio da Pisa ed è corso un palio che è da lui vinto.

Ha Peccioli; con Ugolino dei Sabatini e Marcolfo dei Rossi pretende dai fiorentini paga doppia e mese compiuto per la conquista. Avuta risposta negativa dai priori, forma la Compagnia del Cappelletto, composta di 1000 cavalli italiani, tedeschi e borgognoni. Viene licenziato.

Si allontana e si raduna i suoi uomini ad Ossaia

Niccolò da montefeltro, la cui data di nascita è incerta ma può ragionevolmente collocarsi intorno all’anno 1315 o poco dopo, considerato che le prime notizie documentate su di lui risalgono al 1334 quando doveva essere giovanissimo se non addirittura adolescente, era figlio di Cantuccio e nipote del conte Speranza da Montefeltro.

La frattura all’interno della famiglia comitale dei Montefeltro si era prodotta in seguito agli sconvolgimenti politici che avevano portato nella prima metà del trecento al crollo delle forze ghibellino-imperiali delle quali i Montefeltro facevano parte per tradizione ed interessi.  Niccolò si inserisce quindi perfettamente Tra gli esiliati costretti a darsi al mestiere delle armi per sopravvivere, Niccolò si guadagnerà l’onore di essere ricordato tra i capitani di milizie del suo tempo.

  MARCOLFO DEI ROSSI (Marcolfo da Rimini) Di Rimini. + 1370 ca.

Agosto 1362

A seguito della conquista di Peccioli, pretende paga doppia e mese compiuto. Avuta risposta negativa, con Niccolò da Montefeltro ed altri condottieri si ritira dal  campo con 1000 cavalli, di cui molti tedeschi e borgognoni, e con costoro fonda ad Ossaia la Compagnia del Cappelletto.

  GIOVANNI DA SARTEANO  Conte. + 1365 ca.

Con il Montefeltro fa parte della Compagnia del Cappelletto E’ attaccato a tradimento a Torrita di Siena, mentre la compagnia è in ordine di marcia, da 800 cavalli, di cui 400 pisani. E’ catturato con il Montefeltro e Marcolfo dei Rossi. Nello scontro sono uccisi più di 100 uomini.

  CIUPO SCOLARI  Di Firenze. Ghibellino. Fuoriuscito. Padre di Bernardo e di Ranieri. + 1370 ca.

Milita nella Compagnia del Cappelletto di Niccolò da Montefeltro. Attraversa il senese in non perfetto ordine di marcia ed è sorpreso a Torrita di Siena da Francesco Orsini, che coglie in imboscata i venturieri. Il Montefeltro è catturato.

  ERMANNO DI WARTENSTEIN  (Hartmann di Warstein, Armanno Tedesco) Conte di Warstein nel Wurttemberg. + 1367 ca.

Si unisce con la Compagnia del Cappelletto e depreda il senese su istigazione dei fiorentini. Si compone con la repubblica e promette con Niccolò da Montefeltro, Ciupo Scolari ed Ugolino dei Sabatini di essere in perpetuo amico del comune.

  UGOLINO DEI SABATINI  Di Bologna. Fuoriuscito.  + 1375 ca.  

Organizza una congiura in Bologna ai danni del rettore pontificio Blasco Gomez. E’ condannato dal podestà Ciappo da Narni; altre condanne al bando perpetuo gli sono comminate dai suoi successori, il vicepodestà Antonio da Città di Castello e dal podestà Jacopo Alberti. Passa al soldo dei fiorentini e combatte i pisani. Con la conquista di Peccioli, pretende paga doppia e mese compiuto. Avuta risposta negativa, con Niccolò da Montefeltro e Marcolfo dei Rossi si ritira dal campo con 1000 cavalli (dei quali molti sono tedeschi e borgognoni) e con costoro fonda ad Ossaia la Compagnia del Cappelletto

 

Famosi Venturieri che sono passati per Peccioli nel Medioevo ed oltre

 

PIRRO COLONNA 1552

FRANCESCO DA MONTEDOGLIO 1510

RANUCCIO DA MARCIANO 1501

GUIDO D'ASCIANO 1410

CORRADO LANDO 1403

MANETTO DA JESI 1395

BERNARDO DELLA SALA 1391

EVERARDO DELLA CAMPANA 1390

NICCOLO' ORSINI 1389

BONIFACIO LUPO 1389

ALDOBRANDINO ORSINI 1384

RODOLFO DA VARANO 1384

ANICHINO DI BAUMGARTEN 1375

UGOLINO DEI SABATINI 1375

MARCOLFO DEI ROSSI 1370

CIUPO SCOLARI 1370

ERMANNO DA WARTESTEIN 1367

ALBERTO STERZ 1366

AMERIGO DEL CAVALLETTO 1360

NICCOLO' DA MONTEFELTRO 1367

 

Bibliografia

 

Ø       www.condottieridiventura.it

Ø       Cascina nella battaglia, Martini

Ø       Dizionario storico geografico.... Emanuele Repetti 1830

Ø       Medioevo, Vitolo Giovanni, Sansoni 2000

Ø       www.cronologia.it

Ø       Istituto storico delle province d’Italia  vol. III Caciagli Arnera edizioni



[1] “Primus nervus belli pecunia”, il danaro è la prima causa delle guerre.

[2] (Cronica VI 15)

[3] Ammirato “Istorie Fiorentine”

[4] Villani

[5] :-) :-) :-) :-)

[6] Tronci “annali Pisani”

[7] Villani

[8] Località vicino Cortona in provincia di Arezzo

[9] Idem

 

 

 

Andrea Bertini            

  

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