Associazione culturale Tectiana,   ricerche storiche  per  un contributo alla memoria della Valdera e per la valorizzazione dei beni culturali   

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La campana delle ore a Lajatico
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L’antica campana delle ore di Lajatico

Note storiche sulla campana della torre civica

 


 

 

Il trascorrere del tempo a Lajatico è probabilmente scandito dallo stesso suono da 727 anni, risale, infatti, all’anno 1279 la campana della torre civica, è quindi una delle più antiche  della provincia di Pisa. Il bronzo, che in questo caso non possiamo dire sacro,  ha un’altezza di 76 cm (90 con la corona) e un diametro al labbro di 71 cm,  la parte superiore è dotata di  maniglione (corona) a sei anse, il peso, calcolato in base alle dimensioni, dovrebbe aggirarsi intorno ai 500 kg. Quest’antica campana si presenta nella sua forma più allungata, rispetto a quelle moderne, caratteristica dei sacri bronzi fusi prima del 1400. La decorazione esterna è costituita da alcune rigature in rilievo che attraversano la campana nella sua circonferenza, due appena sopra il labbro, tre nella parte superiore, le quali racchiudono un’iscrizione latina su due righe a caratteri misti in capitale e onciale[1] preceduta ognuna da una croce bizantina, nella prima riga (in alto) si legge: +AD-MCCLXXVIIII-MENTEM, nella seconda riga in caratteri simili: SCAM-SPONTANEUM-HONOREM-DEO-ET-PATRIE-LIBERATIONEM-  il primo rigo può essere così trascritto: “Anno Domini 1266 mentem”, che ci indica l’anno della fusione e la parola mentem. Il secondo  può essere così sciolto: “sanctam spontaneam ad honorem Dei et patrie liberationem[2]” il quale non è altro che l’epitaffio di S. Agata,[3] che inizia con la parola “mentem” dal primo rigo. Questa locuzione  non ci fornisce indicazioni particolari, dato che si tratta di una formula ripetitiva scritta su molte altre campane. L’epigrafe non ci indica purtroppo ne il nome del fonditore ne quello del committente, è permesso quindi formulare qualche ipotesi. Da alcune osservazioni sulla forma e sui caratteri dell’epigrafe possiamo sicuramente attribuire la campana ad alcune botteghe di fonditori Pisani[4], tra queste  quella di “Gerardus Pisano” è la più proponibile, poiché vi sono campane conosciute e firmate  che hanno alcune caratteristiche simili.[5] La campana è sorretta da un castello in ferro piuttosto deteriorato dalla ruggine, posto sulla sommità della torre civica, un martelletto collegato all’orologio[6] batte le ore. Non è provvista ne di battaglio e ne di mozzo, è completamente coperta di ossido e incrostazioni, non sarebbe sbagliato musealizzarla, e mettere al suo posto una copia fedele (ci sono fonderie specializzate per questo tipo di operazione). Le campane antiche risalenti al XIII secolo sono rare, poiché sono riuscite a passare indenni a distruzioni, come ad esempio  quelle attuate durante il periodo Napoleonico, oppure, in tempi più vicini a noi, nella prima e nella seconda guerra mondiale, furono infatti emesse ordinanze di requisizione di campane per farne cannoni. Questi manufatti sono in ogni modo vincolati dalle sovrintendenze, e ogni intervento deve essere autorizzato.

E’ doveroso sottolineare l’enorme importanza di questo manufatto, abbiamo quindi la  responsabilità di ben conservare e tramandare la memoria storica del passato che rimane.

 

 

            

    

 

Andrea Bertini                                                                                                  Tectiana Peccioli

venerdì 21 aprile 2006

Si ringrazia  il sig. Giannelli e il sig Alessandro dell'ufficio tecnico del comune di Lajatico.



[1] Alcuni caratteri come la D e la M sono in onciale, altri sono in Capitale, questa caratteristica epigrafica è riscontrabile in ambito pisano su molte altre iscrizioni a partire dal XI secolo. Si veda in proposito la Tesi di laurea discussa nel dicembre 1994 presso l’università “La Sapienza” di Roma da F. Zagari (...)
[2] La formula varia e in alcuni casi, come quello della campana Pecciolese, si trova scritto “Patris” (padre) invece di “Patrie” (patria), è probabile che si tratti di uno dei numerosi errori di interpretazione della Locuzione Agatiana, oppure si possono attribuire ad errori di scrittura dei campanai, tutt’altro che rari.

[3] Locuzione Agatiana. Questa iscrizione fu comune dal XIII secolo in poi a molte campane italiane, e non è di facile interpretazione, si leggeva sul sepolcro della Santa e secondo la leggenda l’avrebbe incisa un angelo sulla pietra.

[4] Pisa nel medioevo era uno dei centri maggiori per la produzione di campane, e per la fusione del bronzo in generale, avendo mantenuto questa arte grazie anche ai rapporti commerciali che questa città aveva con il mondo bizantino. Si conoscono numerose campane realizzate da fonditori pisani, a Lucca, Roma, Parma, Firenze, Perugia, Assisi, tutte datate intorno al XIII-XIV secolo.

 

[5] La campana in questione  per quanto riguarda l’uso di caratteri con lettere a rilievo in formelle pronte, secondo la tecnica che poi divenne quella dei caratteri mobili della stampa, assomiglia ad altre firmate da Gerardus Pisano. Nel caso della campana Pecciolese datata 1266 l’epigrafe è stata costruita probabilmente con cordoncino in cera applicato direttamente sulla matrice. Nella prima  metà del XIII secolo si trovano diverse campane scritte con la tecnica del cordoncino di cera, mentre nella seconda meta se ne osservano sempre meno. Fino a scomparire nel XIIII secolo. L’attribuzione a un Gerardus è rafforzata anche dalla forma della campana, molto allungata (a tubolare) e piuttosto rotonda sotto la corona, questa caratteristica esclude l’attribuzione all’altra bottega di fonditori Pisani, quella di Guidotto, si veda infatti la forma della “Pasquereccia”, campana posta sulla torre di Pisa e fusa da loro. 
[6] L’orologio è ancora funzionante con il sistema a contrappesi che scaricandosi scendono fino alla base della torre.

 

 

  

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