Associazione culturale Tectiana,   ricerche storiche  per  un contributo alla memoria della Valdera e per la valorizzazione dei beni culturali   

Volontariato per la cultura locale

Scavi di Santa Mustiola, Ghizzano
PARTE I
PARTE II
 
 
 
 
 
 
 
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UNA CHIESA SCOMPARSA TORNA ALLA LUCE:

il caso di Santa Mustìola a Peccioli

Una delle prime indagini archeologiche compiute dalla giovane sezione pecciolese del Gruppo Archeologico Tectiana risale al giugno 2004. In quel periodo erano in corso varie ricognizioni sul territorio comunale, tutte con risultati positivi, visti i materiali che già in superficie potevano essere raccolti nelle località pecciolesi investigate. Fu così che ci spingemmo anche nella frazione di Ghizzano dove, appena gli abitanti seppero della nostra passione per l’archeologia, subito ci indicarono un luogo molto interessante che da sempre aveva conservato un certo mistero e destato molte curiosità. Si trattava di un piccolo colle, situato a circa un chilometro di distanza da Ghizzano in direzione Castelfalfi, oggi conosciuto come Colle Mustarola, in cui si trova anche il Podere Mustarola. 

            

 

 

All’inizio questo nome poco consueto per una dedicazione, almeno nella nostra zona, non ci fece porre domande sulla sua origine o provenienza e andammo subito a chiedere informazioni agli abitanti del podere lì vicino. In effetti anche queste persone, gentilissime e interessate, ci raccontarono che quando erano bambini andavano a giocare su questo colle e spesso, scavando buche nel terreno, emergevano resti scheletrici e molti materiali da costruzione rotti o sbriciolati. Ci dissero anche che quel terreno oggi era proprietà privata e che per visitarlo dovevamo andare dal proprietario, il signor Cioni Sandro, che, con immensa disponibilità e gentilezza, nonché un evidente interesse per la ricerca, immediatamente ci dette la possibilità di ricognire l’area. Durante la prima ricognizione ci rendemmo conto di come quest’area fosse stata più o meno frequentata fino ai nostri giorni, rinvenendo vecchie bottiglie di vetro, fondelli di cartucce ed evidenti tracce lasciate da greggi al pascolo o da cinghiali. Una cosa che però suscitò il nostro interesse fu la scoperta di una piccola porzione di due filari appartenenti ad un muro, che spuntavano dal pendio della collina. Ci assicurammo che non fossero solo delle pietre isolate e concordammo col signor Cioni una prima pulizia generale del sito per rintracciare eventuali altre evidenze. Nel frattempo cominciammo le ricerche sulle fonti in archivi e biblioteche, partendo dallo strano toponimo “Colle Mustarola”, con buoni risultati. Il toponimo derivava dalla dedicazione della piccola chiesa di Santa Mustìola edificata sul posto, attestata fin dal 1127 (almeno nelle fonti che attualmente abbiamo a disposizione, ma niente vieta che ce ne siano altre di più antiche), facente parte prima del piviere di Montefoscoli, poi di quello di Castelfalfi e infine soppressa nel 1512 da papa Giulio II e passata al Capitolo della Collegiata di San Lorenzo a Firenze, diventando oratorio.

Mustìola, martirizzata nel IV secolo, mai attestata in altre dedicazioni della nostra zona, è venerata a Chiusi, dove sono presenti anche delle catacombe intitolate a lei. Le scoperte effettuate e la disponibilità del signor Cioni, anch’egli interessato a scoprire quali segreti celasse quel piccolo colle, fecero sì che l’indagine divenisse ufficiale e riconosciuta dagli enti preposti.

            Lo scavo è quindi iniziato nel luglio del 2004 dopo un sopralluogo da parte della Soprintendenza Archeologica della Toscana, nella persona del Direttore Responsabile di Zona dott. Giulio Ciampoltrini e dell’Ispettore Onorario prof. Giuseppe Mostardi, che hanno affidato alla sezione locale del Gruppo Archeologico il compito di indagare e documentare le strutture venute alla luce. L’indagine ha visto all’opera un nutrito gruppo di studenti della disciplina, di volontari, professionisti a vario livello e la scrivente, dott.sa Elisa Piludu archeologa, che si è occupata anche della documentazione scritta e cartografica dello scavo.

 

Campagna 2004

Durante la prima campagna di scavo, durata da luglio a settembre 2004, l’indagine si è concentrata su due aree: nella zona in cui era emerso il tratto di muro durante la prima ricognizione (Area 1) e sull’apice della collina, dove ci era stato detto che erano stati rinvenuti resti scheletrici anche a poca profondità (Area 1000).

            Nell’Area 1 lo scavo ha portato alla luce buona parte del tratto di un muro (us 1), identificato come possibile pertinenza della chiesa vera e propria dall’analisi della tecnica muraria utilizzata: pietre sbozzate disposte in filari pseudo-orizzontali, legate da malta mista a terra. Nella parte superiore della muratura si vedono frequenti restauri e tamponamenti recenti, a testimonianza del fatto che almeno una porzione del muro fuoriusciva dalla terra fino a una ventina di anni fa, come ci era stato detto dagli abitanti del podere di fronte che si ricordano di una gabbia per polli addossata ad esso.

Area 1 – Campagna 2004  

Sempre in quest’area è venuta in luce una lastra pavimentale in cocciopesto (us 101), ossia un conglomerato di malta, laterizi e pietre sbriciolati, usato come impermeabilizzante fin da epoca romana.. Sembra che tale pavimentazione, con spessore medio di circa 10 cm, non sia in relazione con il muro us 1, perché si trova ad una quota superiore e non è legata strutturalmente con esso. Il pavimento è coperto poi da uno strato di colluvio formato da pietre miste a laterizi e tegole rotte, nel quale però si  

 

 

è rivenuta una grande quantità di ceramica grezza e depurata, generalmente acroma, un frammento di maiolica arcaica, vetri e ossa animali. Probabilmente si tratta di una stratificazione antropica che dalla sommità della collina è scivolata, per effetto dei dilavamenti, verso il basso.

            Nell’Area 1000 l’indagine è stata condotta su una superficie di circa 4x6 m, e sono stati rinvenuti molti resti scheletrici isolati e frammentati e rari frustoli di ceramica invetriata. Lo scavo ha permesso l’individuazione del taglio di una sepoltura, di forma ovaleggiante, che termina fuori dal limite Ovest di scavo (us –1009).  

 

La fossa era vuota, eccezion fatta per tre piccoli resti di ossa umane, probabilmente imputabili e risalenti all’asportazione dell’inumato in un secondo momento, magari quando la chiesa aveva cessato la sua funzione religiosa. A conferma di ciò è stato trovato un secondo taglio, un po’ più largo rispetto a quello della fossa originale ma che ne segue il profilo, traccia forse proprio di quella riapertura della tomba. A Nord della fossa sono poi venuti alla luce due crani quasi completi, a contatto tra di loro e sistemati in maniera tale da far pensare ad una loro disposizione voluta o comunque non casuale. A questo proposito sono intervenuti Carabinieri e Polizia Municipale, che hanno accertato l’antichità dei reperti e hanno autorizzato la prosecuzione dei lavori. Uno dei reperti aveva una particolarità: nel parietale presentava una fessura interpretabile come una ferita da arma a doppio taglio (freccia, pugnale, …), probabilmente causa della morte dell’individuo perché non sono visibili tracce di ricostruzioni ossee; se il colpo fosse avvenuto post mortem probabilmente la calotta cranica si sarebbe fratturata in più pezzi. Questo ci ha fatto azzardare l’ipotesi di uno scontro o una battaglia avvenuta nella zona, che in realtà trova possibili riscontri nelle fonti storiche. Ci troviamo infatti in una zona molto “calda” nei secoli VI e VII, quando bizantini (insediati a Volterra) e longobardi (nel ducato di Lucca) si scontrarono e i secondi conquistarono Volterra e tutti i suoi possedimenti.

Tavola 1.  

Occorre aprire una breve parentesi storica per inquadrare meglio lo scenario in cui ci troviamo: sappiamo per certo che la Chiesa di Santa Mustìola fino al XIV secolo faceva parte del piviere di Castelfalfi, piccolo centro a pochi chilometri di distanza. Castelfalfi era il nucleo bizantino che coordinava la difesa del settore settentrionale del territorio volterrano, situato proprio sul confine tra Volterra e Lucca (vedi Tavola I).

Il nome Castel Faolfi, come mostra lo Schneider, è incluso in una serie tipologica che consiste in un nomen loci -vicus o castellum- ed un “antroponimo longobardo”. Questa consuetudine toponomastica, in particolar modo per designare dei castella, è totalmente estranea sia alla tradizione romana sia a quella bizantina. Tutto ciò sembra ricondurre quindi ad una probabile ridenominazione longobarda del bizantino Kastron Eurias[1]. La conquista longobarda di Volterra e di conseguenza anche del castrum di Castelfalfi, avvenne tra il 594 e il 607, e la località da noi indagata potrebbe essere stata teatro degli scontri che ne derivarono. Un’altra particolarità desta molto interesse: la santa a cui è dedicata la chiesa, Mustìola, è, come già accennato sopra, venerata a Chiusi e proprio questa città era uno dei tre ducati della Tuscia, insieme a Lucca e Firenze, fondati dai Longobardi negli ultimi decenni del VI secolo. Forse solo una coincidenza oppure un forte segnale della sicura presenza dei Longobardi nella zona (da notare che ci troviamo Colle Mustarola si trova proprio sulla direttrice che porta a Chiusi), che in qualche modo hanno lasciato traccia ed influito nella cultura locale.

            La campagna 2004 si è conclusa quindi con molti interrogativi a cui trovare risposte e a molti spunti interessanti per la storia del nostro territorio. Nell’inverno 2005, a questo proposito, è stata fatta un’indagine con tecnologia georadar nelle zone salienti della collina, con risultati sorprendenti, perché l’apparecchiatura ha evidenziato la presenza di numerose tracce di strutture murarie in tutta l’area, il che ci fa ben sperare per il futuro.

 

Campagna 2005

            La seconda campagna di scavo si è svolta da giugno ad ottobre e si è concentrata nuovamente sull’Area 1 e su una nuova zona, sempre sulla sommità della collina, denominata Area 2000.

            Nell’Area 1 sono stati allargati i limiti di scavo ampliando la porzione di terreno indagata per evidenziare l’andamento del muro (us 1) e portare in luce il pavimento (us 101). È stato possibile capire che l’us 1 termina sul lato Ovest, conservando nell’ultima parte solo l’ultimo filare di pietre, mentre sul lato Est sembra proseguire al di sotto di alcuni alberi. Ma inaspettata è stata l’ampiezza della superficie del pavimento in cocciopesto, del quale sono emersi anche tre muri perimetrali (us 108). Il perimetrale a Nord è conservato in tutta la sua lunghezza (4,84 metri, corrispondenti a poco più di 16 piedi romani) e per un altezza massima di circa 1,5 m; il perimetrale Ovest è quasi del tutto sparito, se ne conserva l’angolo e un breve tratto per pochi cm di altezza; il perimetrale Est è conservato per un paio di metri in lunghezza e 1,5 m in altezza. Il muro Sud invece manca del tutto e non sono emersi resti pavimentali o paramentali in fase di scavo, forse a causa di interventi di spoliazione avvenuti dopo l’abbandono della struttura o ad eventuali sfruttamenti dell’area in età successive. Tutti i muri sono costruiti con una tecnica edilizia poco raffinata, con pietre di piccole e medie dimensioni legate con abbondante malta, mentre il loro lato interno è rivestito con un paramento di composizione simile al cocciopesto pavimentale, a grana però abbastanza fine ed omogenea. L’ambiente che ne è emerso quindi dovrebbe essere, ad una prima analisi, riferibile all’epoca romana o meglio tardoantica, visti i materiali ceramici rinvenuti, e con funzione di cisterna.

Area 1 – Campagna 2005  

Durante la fase di scavo dell’us 101 è stata recuperata una grande quantità di ceramica grezza e depurata, soprattutto acroma, ma anche qualche frammento di invetriata, vetro e un oggetto ornamentale con foro centrale e incisione decorativa, forse un medaglione, in osso. La maggior parte dei reperti sembra databile alla tarda antichità, con contenitori da trasporto (sono stati rinvenuti almeno tre puntali di anfora africana) tipici dell’epoca. Numerosi poi i resti di ossa animali e umane, tra cui una sepoltura incompleta con le ossa non più in connessione che, come il resto del materiale, è scivolata verso il basso dall’apice del colle. È stato eseguito un piccolo saggio (us 110) all’esterno del perimetrale Nord della cisterna per misurare il suo spessore (circa 60 cm) e vedere se il pavimento us 101 proseguiva anche all’esterno di esso, cose che non accade. Nella terra asportata per questa operazione sono stati rinvenuti alcuni chiodi in ferro, i primi ad essere trovati dall’inizio dello scavo e alcuni frammenti ceramici.

La seconda area sommitale aperta, denominata 2000, ci è stata indicata dalle prospezioni georadar fatte nell’inverno precedente: qui lo strumento aveva rilevato una forte concentrazione di materiale e due muri paralleli a non molta profondità rispetto alla attuale quota di calpestio. Lo scavo ha permesso di portare in luce alcuni tagli fatti per l’impianto di alberi ed una buca di palo all’estremo Ovest dell’area. Allo stato attuale dei lavori le strutture murarie evidenziate dalle prospezioni non sono ancora affiorate, ed anche su questo si concentreranno le ricerche nei mesi futuri.

I reperti: analisi preliminare

            Vista la grande quantità di reperti rinvenuti è prevista per il prossimo inverno una campagna di lavaggio, siglatura e quantizzazione di essi, anche con l’intento di riuscire a trovare dei raffronti tipologici nella letteratura che riguarda il territorio circostante.  

            Ad una prima analisi si può già dedurre comunque che i reperti recuperati nella parte sommitale del colle (Area 1000 e 2000) si collocano perfettamente nell’arco cronologico fornito dalle fonti storiche relative alla chiesa, mentre la vasca romana e tutta la ceramica che da essa è stata recuperata ci indicano una frequentazione del sito anche in epoche precedenti. A questo proposito anche le prospezioni georadar possono venire in aiuto, perché la strumentazione ha rilevato, in una delle zone sommitali indagate, un forte cambiamento di densità del terreno a circa 7 m di profondità dall’attuale piano di calpestio, che potrebbe essere interpretato come un tunnel che taglia parte della collina. Purtroppo la stratificazione successiva che insiste sopra di esso non ha permesso di individuarne il profilo completo, ma la possibilità che possa risalire per esempio all’impianto della cisterna o comunque a qualche altro tipo di struttura non è da escludersi. Ovviamente queste sono ipotesi che solo l’approfondimento della ricerca archeologica potrà o meno confermare. Quello che è certo è che la posizione geografica del colle è tale da renderlo un luogo adatto a più scopi e più funzioni, dall’utilizzo strategico a quello insediativo.

                                                                                                                           Elisa Piludu



[1] Probabilmente il nome deriva da Kastron Evola, ripreso dal vicino corso d’acqua. Dopo la conquista fu ridenominato Castel Faolfi, da Faolfus, nome comune tra i Longobardi, anche se pare che il castello possa essere messo in relazione con l’anello del chiusino Faolfo (vedi: Ciampoltrini G., L’anello di Faolfo. Annotazioni sull’insediamento longobardo in Toscana, in “Archeologia Medievale”, XVII, All’Insegna del Giglio, 1990, pag. 689ss.)

 

 

 

 

 

  

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